FERMO E LUCIA
di Alessandro Manzoni
INTRODUZIONE
( PRIMA INTRODUZIONE)
"La Storia si può veramente chiamare una guerra illustre contro la Morte: poiché richiamando dal sepolcro gli anni già incadaveriti, gli passa di nuovo in rassegna, e li ordina di nuovo in battaglia: onde i perspicaci ingegni che in questo arringo raccolgono palme conservano al loro nome quella immortalità che agli altri conferiscono. Ma questi nobili campioni della memoria non fanno all'obblio se non furti splendidi e rapiscono soltanto le spoglie le più ricche e brillanti, imbalsamando coi loro inchiostri i fatti dei prencipi e potentati, e personaggi, tessendo come in feral tela le battaglie, e trapuntando coll'ago finissimo dell'ingegno i fili d'oro e di seta che formano un perpetuo ricamo di azioni gloriose. Però non essendo alla debolezza del mio ingegno concesse queste vittorie, ed avendo io osservato nel lungo giro dei miei anni molte e straordinarie vicende le quali mi sono sembrate degne di memoria, ma di memoria defraudate saranno e per essere avvenute in gran parte a persone meccaniche e di bassa condizione e non avere portata mutatione nelle ruote degli stati: ho stimato di lasciarne una ricordanza ai posteri o almeno ai miei discendenti, collo scolpirle in queste carte, parendomi che le cose private di questi tempi sieno meritevoli di quella osservazione che i dotti danno alle cose mostruose, perché in picciolo teatro vi si veggono luttuose tragedie di calamità, e scene di malvagità grandiosa. Onde si vede esser vero quel detto che il mondo invecchiando peggiora, ma non credo che sarà vero d'ora in poi, perché avendo il male ormai passato i termini della comparazione, ha toccato l'apice del superlativo, e il pessimo non è di peggioramento capace. Si vedrà anche come l'umana malizia ha saputo superare tutti i ritegni, e spezzare tutti i freni più ben temprati, avendo potuto moltiplicare ogni sorta di sevizie, perfidie ed atti tirannici a dispetto delle leggi divine ed humane. E considerando che questi stati sieno soggetti alla Maestà del re Cattolico che è quel sole che mai non tramonta, e che sovra di essi con riflesso lume qual luna risplenda chi ne fa le veci, e gli amplissimi senatori quali stelle fisse vi scintillino, e gli altri magistrati come erranti pianeti portino la luce in ogni parte, venendo così a formare un nobilissimo cielo, si vedrà che gli atti tenebrosi che a malgrado di tante provvidenze si sono moltiplicati essere altro non possono che arte e fattura diabolica, poiché l'humana potenza del male bastare a tanto non dovrebbe. Narrando adunque come fedele spettatore li accidenti singolari da me osservati, tacerò per degni rispetti molti nomi di personaggi e di luoghi che potrebbero servire come di indizio e di guida a trovare i personaggi nel covile oscuro della dimenticanza: né per ciò si dirà che questa sia imperfezione alla suddetta mia storia; a meno che non fosse letta da persone ignare della filosofia, e gli uomini dotti ben vedranno che nulla manca alla sostanza; perché essendo fuori di ogni dubitazione che il nome altro non è che purissimo accidente...".
Aveva trascritta fino a questo punto una curiosa storia del secolo decimosettimo, colla intenzione di pubblicarla, quando per degni rispetti anch'io stimai che fosse meglio conservare i fatti e rifarla di pianta. Senza fare una lunga enumerazione dei giusti motivi che mi vi determinarono, accennerò soltanto il vero e principale. L'autore di questa storia è andato frammischiando alla narrazione ogni sorta di riflessioni sue proprie; a me rileggendo il manoscritto ne venivano altre e diverse; paragonando imparzialmente le sue e le mie, io veniva sempre a trovare queste ultime molto più sensate, e per amore del vero ho preferito lo scrivere le mie a copiare le altrui; stimando anche che chi ha una occasione per dire il suo parere sopra che che sia non debba lasciarsela sfuggire.
Le mezze confidenze del narratore e le ommissioni frequenti dei cognomi dei personaggi, e dei nomi dei luoghi, non fanno a dir vero oscurità: veggio nullameno per esperienza che sono fastidiose a chi legge, e avrei desiderato trovare altrove ciò che è solamente indicato nel manoscritto, ma non mi venne fatto: in qualche luogo però le indicazioni di luogo sono così chiare e moltiplici che il nome si è potuto trovare certamente e facilmente, ed allora l'ho scritto.
È qui il luogo d'antivenire un'accusa la quale per grave e pericolosa ch'ella sia, potrà leggermente esser data a questo scritto: cioè che non sia altrimenti fondato sopra una storia vera di quel tempo, ma una pura invenzione moderna. Prego coloro i quali fossero disposti ad ammettere questo sospetto, a riflettere che essi verrebbero ad accusare l'editore niente meno che di aver fatto romanzo, genere proscritto nella letteratura italiana moderna, la quale ha gloria di non averne o pochissimi. E benché questa non sia la sola gloria negativa di questa nostra letteratura pure bisogna conservarla gelosamente intatta, al che ben provvedono quelle migliaja di lettori e di non lettori i quali per opporsi a ogni sorta d'invasioni letterarie si occupano a dar se non altro molti disgusti a coloro che tentano d'introdurre qualche novità. Oltre di che questo genere, quand'anche non sia altro che una esposizione di costumi veri e reali per mezzo di fatti inventati è altrettanto falso e frivolo, quanto vero e importante era ed è il poema epico e il romanzo cavalleresco in versi. Per queste ragioni ognun vede quanta debba importare all'editore di allontanare da sé questo sospetto. Certo, il migliore espediente sarebbe di mostrare il manoscritto, ma a questo egli non può indursi per altri e pur degni rispetti. Il più degno dei quali si è, che se il manoscritto fosse mostrato a pochissimi ed amici, l'incredulità durerebbe, e se a molti si diffonderebbe l'opinione che la vecchia e originale storia è molto meglio scritta che la nuova e rifatta, che v'era in quella un certo garbo, una certa naturalezza, un sapore di verità, un'aria di contemporaneità che è svanita affatto nella copia. Si direbbe che veramente il reo gusto del secolo si fa sentire nello stile del vecchio scrittore ma che però vi è una certa fragranza (dico bene?) di lingua che ben fa vedere che di poco era spirato quell'aureo cinquecento, quel secolo nel quale tutto era puro, classico, lindo, semplice, nel quale la buona lingua si respirava per così dire coll'aria, si attaccava da sé agli scritti, dimodoché, cosa incredibile e vera! fino i conti delle cucine e gli editti pubblici erano dettati in buono stile. Che se nel secolo susseguente tutto si alterò, almeno almeno la corruttela non era straniera, era un lusso un abuso delle ricchezze patrie, una sazietà del bello o almeno non si leggevano ancora libri francesi, perché la Francia non aveva ancora quegli insigni scrittori che per disgrazia delle lettere ebbe dappoi.
Non volendo adunque mostrare il manoscritto originale, ha l'editore pensato un altro mezzo per convincere i lettori della realtà di questa storia. I dubbj su di essa non possono nascere da altro che dal non trovare verità nel costume, nei fatti, e nei caratteri del tempo rappresentato: poiché se si venisse a concedere che questa verità si trova, allora il dire che la storia è inventata potrebbe quasi quasi parere più che un biasimo una lode, dal che bisogna guardarsi ben bene. Ora per certificare i più increduli che i costumi sono veramente quelli del tempo, l'editore propone loro di fare ciò ch'egli stesso ha fatto per giungere a questo convincimento. A dir vero molte gli parevano tanto strane, ch'egli non sapeva risolversi a crederle realmente avvenute, perloché si pose a frugare molto nei libri e nelle memorie d'ogni genere che possono dare una idea del costume e della storia pubblica e privata del Milanese nella prima metà del secolo decimosettimo. Tutte le sue ricerche lo condussero a risultati talmente somiglianti a ciò che egli aveva veduto nel manoscritto che non gli rimase più dubbio della veracità della storia che vi si contiene. Per comodo di chi volesse rifare queste ricerche egli pone qui una scelta delle letture opportune a mettere chicchessia in caso di giudicare da sé questo fatto.
Nota di libri, memorie etc.
......
Ma di questi libri, dirà taluno; alcuni sono difficili a ritrovarsi, e la più parte nojosi a leggersi, e scritti in uno stile tra il goffo e il lezioso, tra il barbaro e il pedantesco. Alcuni poi sono in latino e come pretendere che si leggano libri latini per convincersi se una storia è vera o supposta? Chi non sa che le signore non imparano pur troppo il latino, e che le signore appunto sono quelle che più si dilettano di leggere storie private? dimodoché i mezzi di fare questa verificazione sarebbero appunto interdetti a chi più probabilmente avrà letta la storia. Rispondo anche a questa obbiezione, pregando il lettore a non farmene più altre per non farmi perdere il tempo in ciarle, e ritardare così quello che importa cioè il racconto.
Rispondo dunque: che fra i pochi lettori di questa storia, vi saranno certamente molti, i quali benché virtualmente sappiano che nel passato vi sono stati gli anni 1628-29 e -30, non hanno però mai pensato a questi anni, e che molto meno sanno che cosa in quegli anni si facesse, come si vivesse, se vi sia stato un po' di fame, di guerra, e dl peste, e di quelle altre coserelle che si vedranno in questa storia. Questi ch'io dico penseranno dunque a quest'epoca per la prima volta leggendo questa storia, e da essa ne ricaveranno tutte le notizie. E appena avranno letta qualche pagina cominceranno a trovare che la tal cosa non è verisimile, che la tal altra non ha il colore del tempo e simili scoperte. Ora fra questi lettori scommetterei che forse non vi sarà una sola signora. In generale elle non conoscono la maniera dotta e ingegnosa di leggere per cavillare lo scrittore, ma si prestano più facilmente a ricevere le impressioni di verità, di bellezza, di benevolenza che uno scritto può fare; quando non vi trovino nulla di simile, chiudono il libro, lo ripongono senza gettarlo con rabbia, e non vi pensano più. Sicché io confido che la veracità di questa storia esse la sentiranno senza discuterla, che non si divertiranno a sottilizzare per trovare il falso dove non è; e per conseguenza la nota riportata di sopra è affatto inutile per loro.
V'è poi un'altra obbiezione che non si può lasciare senza risposta, una obbiezione che l'editore farebbe a se stesso quando fosse certo che non verrà in capo a nessuno. La pubblicazione di questa storia non è cosa affatto inutile, non è una occasione di far perdere qualche ora a pochi lettori? Lettori miei, se dopo aver letto questo libro voi non trovate di avere acquistata alcuna idea sulla storia dell'epoca che vi è descritta, e sui mali dell'umanità, e sui mezzi ai quali ognuno può facilmente arrivare per diminuirli e in sé e negli altri, se leggendo voi non avete in molte occasioni provato un sentimento di avversione al male di ogni genere, di simpatia e di rispetto per tutto ciò che è pio, nobile, umano, giusto, allora la pubblicazione di questo scritto sarà veramente inutile, l'obbiezione sarà ragionevole, e l'editore avrà un dispiacere reale del tempo, e che ha fatto gittare agli altri, e del molto più che egli stesso vi ha speso.
INTRODUZIONE RIFATTA DA ULTIMO
"L'Historia si può veramente chiamare una guerra meravigliosa contro la Morte; perché togliendoli di mano gl'anni già suoi prigionieri, anzi già fatti cadaveri, li chiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma li illustri Campioni che in tal arringo fanno messe di palme, rapiscono soltanto le spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando coi loro inchiostri i fatti de Prencipi e Potentati e qualificati Personaggi, tessendo come in feral tela i conflitti di Marte, e trapontando coll'ago finissimo dell'ingegno i fili d'oro e di seta che formano un perpetuo ricamo di azzioni gloriose. Però alla mia debbolezza non è lecito solleuarsi a tal argomenti, e sublimità pericolose; essendo che la Politica rinchiusa nelli latiboli delli Gabinetti come la Dea cacciatrice negl'horrori del fonte, secondo che attesta Ouidio, se qualche Atteone spinge lo sguardo troppo curioso a spiare i suoi segreti, sprizzandoli l'acqua misteriosa nel fronte, lo tremuta in ceruo, con diuenir bersaglio de veltri. Solo che hauendo io hauuto notitia di fatti degni di memoria, auuegnaché successi a gente meccaniche et di piccol affare, ho stimato bene di lasciarne una ricordanza a posteri con scolpirli in queste carte. Nelle quali si vedranno in piccol teatro luttuose Traggedie di calamità, et scene di malvaggità grandiosa, con intermezi di imprese virtuose, et bontà angeliche che s'oppongono all'operationi diaboliche. Et veramente considerando che questi Stati sijno soggetti alla Maestà del Re Cattolico, che è quel Sole che mai non tramonta, et che sopra di essi, con riflesso lume, qual Luna non mai calante risplenda chi ne fa le veci, et gl'amplissimi Senatori quali Stelle fisse vi scintillino, et gl'altri Magistrati come erranti Pianeti portino la luce per ogni doue, venendo così a formare un nobilissimo cielo, altra caggione non si può dare delli fatti tenebrosi, prepotenze, sevitie ed atti tirannici che si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica: poiché l'humana malitia per se sola, forza bastante hauer non dovrebbe per deludere la vigilanza di tanti Heroi, che vanno continuamente trafficandosi per il pubblico emolumento. Perloché descrivendo questo racconto auuenuto nelli tempi di mia gioventù, abbenché la più parte delle Persone in esso nominate sijno passate ad altra vita, pure tacerò per degni rispetti li loro nomi, et il medemo farò delli luoghi, solo indicando li territorij senza specificar il paese. Nè alcuno dirà che questa sij imperfezzione del racconto, a meno non sij persona del tutto ignara della Filosofia: che quanto agl'huomini dotti, ben vedranno nulla manca alla sostanza di detto racconto; perché essendo fuori d'ogni dubitatione che i nomi altro non sono se non purissimi accidenti..."
Tale è il proemio d'una curiosa storia, che avevamo animosamente impresa a trascrivere da un dilavato autografo del secolo decimo settimo, ad intento di pubblicarla. Ma copiate le poche righe che abbiam qui poste per saggio, il fastidio che provammo d'una prosa così fatta ci fece avvertire a quello che ne proverebbero i lettori, e intralasciare una fatica che sarebbe probabilmente gittata. È ben vero che il nostro anonimo dopo essersi sul principio sbizzarrito in concettini e in figure, piglia poi nel racconto un andamento più posato e più piano, e solo di tratto in tratto spicca qualche salterello d'ingegno, dove il soggetto lo richiede a parer suo. Ma quando egli cessa d'esser gonfio diviene così pedestre! così sguaiato! Anzi, come il lettore ha potuto accorgersene, ha l'arte di riunire queste qualità opposte in apparenza, e d'esser rozzo insieme e affettato nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo: arte del resto comune a quasi tutti gli scrittori del suo tempo, nel paese dove egli scrisse.
Ogni epoca letteraria ha un carattere generale suo proprio, una maniera, per dir così, che si fa scorgere a prima vista negli scritti dozzinali, e dalla quale i più distinti e originali non vanno mai esenti del tutto. In Italia poi, spesso e forse ad ogni epoca, oltre la maniera generale v'ebbe in ciascuno Stato e principalmente in ciascuna città capitale una maniera particolare per dir così una sotto-maniera che era una modificazione di quella: ne riteneva alcuni caratteri e ne aveva altri suoi proprii. Erano come tante varietà d'una specie. Di tutte queste differenze si ponno trovare ad ogni caso molte cagioni nelle varie circostanze dei diversi stati: una cagione comune è l'essere in ciascuno di essi adoperato nei discorsi un dialetto particolare anche tra le persone colte. Ogni lingua, ogni dialetto oltre i segni d'idee per così dire semplici e che hanno segni sinonimi in ogni altra lingua, ha segni particolari, e ancor più frasi che esprimono o accennano un giudizio o pongono la questione in un modo particolare. La moltitudine di questi vocaboli e di queste frasi particolari dà ad ogni dialetto un carattere, un colore suo proprio, e v'introduce una specie di criterio individuale.
Quando l'uomo che parla abitualmente un dialetto si pone a scrivere in una lingua, il dialetto di cui egli s'è servito nelle occasioni più attive della vita, per l'espressione più immediata e spontanea dei suoi sentimenti, gli si affaccia da tutte le parti, s'attacca alle sue idee, se ne impadronisce, anzi talvolta gli somministra le idee in una formola; gli cola dalla penna e se egli non ha fatto uno studio particolare della lingua, farà il fondo del suo scritto.
Di questo colore municipale si è fatto in varii tempi rimprovero a molti scrittori: che deturpasse gli scritti non v'ha dubbio: quanto agli scrittori, prima di rimproverarli così acremente si sarebbe dovuto pensare che non è cosa tanto facile prescindere da quelle formole alle quali sono unite per abito tutte le memorie, tutti i sentimenti, tutta la vita intellettuale. Non è cosa facile certamente; e non è pur certo se questo sia un mezzo di far buoni libri.
Questa irruzione inevitabile di ciascun dialetto negli scritti generalmente parlando, ha quindi contribuito grandemente a dare agli scritti d'ogni parte d'Italia un carattere speciale: carattere così distinto che un uomo il quale abbia un po' frugato nelle opere buone e triste dei varii tempi della letteratura italiana, potrà dal solo stile d'un'opera argomentar quasi sempre non solo il secolo ma la patria dello scrittore, e apporsi. Lo stile lombardo per esempio ha un carattere suo proprio riconoscibile in tutti i tempi, e quasi in tutti gli scrittori. Due classi ne ritengono meno degli altri: quegli che hanno fatto uno studio particolare della lingua toscana; e quegli altri che trattando materie generali, discusse dai primi scrittori di Europa, si sono serviti di uno stile per dir così europeo etc. etc.
Nella seconda metà del secolo decimo settimo, quando scriveva il nostro autore, quella maniera che dominava in tutta la letteratura italiana e ha conservata una turpe celebrità sotto il nome di secentismo; e che consisteva principalmente in uno sforzo per trovare il maraviglioso ebbe nei diversi paesi d'Italia diverse modificazioni, e tendenze principali: dove fu principalmente una affettazione di sagacità raffinata, dove una esagerazione impetuosa d'idee di sentimenti e d'immagini. In Lombardia, dove pochissime idee erano diffuse e ventilate, donde nessun libro veramente importante era uscito fin allora, dove la lingua toscana si studiava pochissimo e da pochissimi, e da nessuno per così dire le lingue straniere, le quali del resto non avendo ancora opere ben pensate non potevan comunicare idee in Lombardia dove alcuni pochi studii erano coltivati in un modo pedantesco, e molti studii trascurati anzi sconosciuti, il linguaggio comune doveva esser rozzo, incolto, inesatto, arbitrario, casuale; e lo era infatti al massimo grado. Sur un tal fondo si ricamava poi di quelle arguzie, si appiccava quella ricercatezza che era la tendenza generale di tutta la letteratura italiana; e ne usciva quel complesso di goffaggine prosuntuosa, d'ignoranza affermativa, quella continuità d'idee storte espresse in solecismi, lo scrivere insomma di cui si è dato un saggio. E il nostro autore non era uno dei peggiori del suo tempo: era anzi alquanto al di sopra della proporzione media: ma in verità s'io avessi avuta la pazienza di trascrivere la sua storia voi non avreste quella di leggerla.
La storia però ci parve interessante, e ci sapeva male ch'ella dovesse rimanersi sempre sconosciuta. Ci siamo quindi risoluti di rifarla interamente, non pigliando dall'autore che i nudi fatti.
Ma, rigettando, come intollerabile, lo stile del nostro autore, che stile vi abbiamo noi sostituito? Qui giace la lepre.
Che giova dissimulare? Confessiamo sinceramente che anche noi abbiamo adoperata qua e là, non solo nei dialoghi, ma anche nella narrazione qualche parola, qualche frase assolutamente lombarda. E questa libertà l'abbiamo presa, perché quelle frasi, quantunque usitate soltanto in questa parte d'Italia, si fanno intendere a prima giunta ad ogni lettore italiano. Se noi avessimo conosciute frasi dello stesso valore, le quali fossero non solo intelligibili, ma adoperate negli scritti e nei discorsi per tutta Italia, certamente le avremmo preferite a quelle nostre, sagrificando di buona voglia l'imitazione d'una verità locale alla purezza della lingua; persuasi come siamo che quel primo vantaggio sia da trascurarsi, anzi non sia vantaggio quando non si possa conciliare col secondo.
Oh! dirà qui taluno, è questa una giustificazione o una burla? Come pensate voi a scusarvi di quella picciola libertà, quando una così grande e così strana ne avrete presa in ogni luogo? quando tutta questa vostra dicitura è un composto indigesto di frasi un po' lombarde, un po' toscane, un po' francesi, un po' anche latine; di frasi che non appartengono a nessuna di queste categorie, ma sono cavate per analogia e per estensione o dall'una o dall'altra di esse? quando perfino conciliando, come il nostro autore, due vizii opposti avete più d'una volta peccato di arcaismo e di gallicismo in un solo vocabolo? dimodoché non si potrà forse nemmeno dire dove specialmente pecchi questa lingua che adoperate, e non si può dire se non che è cattiva lingua. Voi fate come chi dopo aver pesto un galantuomo a furia di sassate gli chiedesse poi scusa di avergli fatta qualche picciola macchia su l'abito.
Ringrazio prima di tutto, molto cordialmente il cortese che mi fa questa censura; perché dessa prova ch'egli ha letto o tutto o almeno in gran parte il mio scritto. E appresso, lo prego di scusarmi se non gli posso rispondere. Non è già ch'io non abbia ragioni da addurre per mia discolpa, non è nemmeno perché io mi vergogni di diffondermi in un sì frivolo argomento come sarebbe la mia propria giustificazione: giacché lasciando da parte questa miserabile applicazione, la questione generale è per sè vasta e importante. E questo appunto è il motivo per cui non posso rispondere al cortese censore; perché le ragioni son troppe. Ci bisognerebbe un libro: e il cortese censore sarà d'accordo con me che di libri uno per volta è sufficiente, quando non è troppo.
Basta all'autore che altri non creda avere egli scritto male per noncuranza di chi legge, per dispregio del bello e purgato scrivere, che sia di quelli che hanno per gloria lo scriver male. Per gloria! quand'anche ella fosse impresa difficile, tanti vi hanno sì ben riuscito, che poca gloria ne debbe toccare a ciascuno. Scrivo male: e si perdoni all'autore che egli parli di sè: è un privilegio delle prefazioni, un picciolo e troppo giusto sfogo concesso alla vanità di chi ha fatto un libro: scrivo male a mio dispetto; e se conoscessi il modo di scriver bene, non lascerei certo di porlo in opera. I doni dell'ingegno non si acquistano, come lo indica il nome stesso; ma tutto ciò che lo studio, che la diligenza possono dare, non istarebbe certamente per me ch'io non lo acquistassi.
Che cosa poi significhi scriver bene non credo che alcuno possa definirlo in poche parole, e per me, anche con moltissime non ne verrei a capo. Ecco però alcune delle idee che mi sembra doversi intendere in quella formola. A bene scrivere bisogna sapere scegliere quelle parole e quelle frasi, che per convenzione generale di tutti gli scrittori, e di tutti i favellatori (moralmente parlando) hanno quel tale significato: parole e frasi che o nate nel popolo, o inventate dagli scrittori, o derivate da un'altra lingua, quando che sia, comunque, sono generalmente ricevute e usate. Parole e frasi che sono passate dal discorso negli scritti senza parervi basse, dagli scritti nel discorso senza parervi affettate; e sono generalmente e indifferentemente adoperate all'uno e all'altro uso. Parole e frasi divenute per quest'uso generale ed esclusivo tanto famigliari ad ognuno, che ognuno (moralmente parlando) le riconosca appena udite; dimodoché se un parlatore o uno scrittore per caso adoperi qualcheduna che non sia di quelle, o travolga alcuna di quelle ad un senso diverso dal comune, ognuno se ne avvegga e ne resti offeso; e per provare che quella parola sia barbara, o inopportuna non debba frugare un vocabolario, né ricordarsi (memoria negativa che debb'esser molto difficile) che quella parola non è stata adoperata dai tali e dai tali scrittori, ma gli basti appellarsene alla memoria, all'uso, al sentimento degli altri ascoltatori, i quali fossero mille, converranno tosto del sì o del no.
Parole e frasi tanto famigliari ad ognuno che il parlatore triviale e l'egregio cavino dallo stesso fondo, e dopo d'averli uditi successivamente, un uomo colto senta fra di loro differenza d'idee, di raziocinio, di forza etc. ma non di lingua. Parole e frasi, per finirla, tanto note per uso, e immedesimate col loro significato, che quando uno scrittore ingegnoso, per mezzo di analogia le fa servire ad un significato pellegrino, quel nuovo uso sia inteso senza oscurità e senza equivoco, ed ogni lettore vi senta in un punto e l'idea comune, e quel passaggio, quella estensione etc. che ha in quell'uso particolare.
Per bene usare parole e frasi tali, cioè per bene scrivere sono necessarie due condizioni. Che lo scrittore (lasciando sempre da parte l'ingegno) le conosca, che abbia letto libri bene scritti, e parlato con persone colte, che abbia posto studio nell'udire e nel leggere e ne ponga nel parlare. Ma questa condizione è la seconda. La prima è che parole e frasi adottate esclusivamente per convenzione generale esistano, che moltissimi scrittori e parlatori, come d'accordo, abbiano formata questa lingua ch'egli debbe scrivere, gli abbiano preparati i materiali. Se in Italia vi sia una lingua che abbia questa condizione, è una quistione su la quale non ardisco dire il mio parere. È ben certo che v'ha molte lingue particolari a diverse parti d'Italia, che in una sfera molto ristretta di idee certamente, ma hanno quell'universalità e quella purità. Io per me, ne conosco una, nella quale ardirei promettermi di parlare, negli argomenti ai quali essa arriva, tanto da stancare il più paziente uditore, senza proferire un barbarismo; e di avvertire immediatamente qualunque barbarismo che scappasse altrui: e questa lingua, senza vantarmi, è la milanese. Ve n'ha un'altra in Italia, incomparabilmente più bella, più ricca di questa, e di tutte le altre, e che ha materiali per esprimere idee più generali etc. ed è, come ognun sa, la toscana. Se poi anche questa lingua, la quale, fino ad una certa epoca bastava ad esprimere le idee più elevate etc. era al livello delle cognizioni europee, lo sia ancora, se possa somministrare frasi proprie alle idee che si concepiscono ora, se abbia avuto libri sempre pari alle cognizioni, se abbia seguito il corso delle idee, è un'altra quistione su la quale non ardisco dire il mio parere.
Frattanto, desidero ardentemente che tutti gli scrittori, e i parlatori convengano una volta dove sia questa lingua, e come abbia a nominarsi. Dico tutti, o il grandissimo numero, perché uno, due, tre, cento non possono aver ragione soli in una tal materia. La ragione non è in quel che si possa, in quel che convenga fare, in quel che sia da desiderarsi, ma in quello che è: è quistione di fatto; e il fatto su cui si disputa è appunto se esista o no questo universale o quasi universale uso d'una lingua comune. E a dir vero il solo cercarla è un gran pregiudizio ch'ella non vi sia. Certo dove ella v'è, non si fa la quistione, e se uno la proponesse, non sarebbe pure inteso.
Ultimo aggiornamento (Domenica 07 Marzo 2010 09:32)



