|
A La Pelanda di Roma la fondazione Romaeuropa presenta Digital Life. Promossa dalla Camera di Commercio di Roma e curata da Richard Castelli, dal 3 Marzo al 2 Maggio, la mostra intende esplorare i territori delle nuove tecnologie applicate alla produzione artistica. Uno sguardo proiettato ad un futuro non troppo lontano e alla ridefinizione di un’arte sorprendentemente high-tech.

Jean Michel Bruyère, La dispersion du fils
Il rapporto tra materia artistica ed evoluzione tecnologica sembra insito nella storia dell'arte. Ogni opera, travalicando il suo contenuto, si risolve nel mezzo attraverso il quale è costruita o esibita agli occhi del pubblico. La storia dell'arte è soprattutto esplorazione delle possibilità della materia, della percezione sensoriale o, nei suoi livelli più eccelsi, messa in discussione delle fondamenta scientifiche che tentano di spiegare la vita umana e descrivere gli spazi in cui essa è immersa.
Se, come ha più volte affermato Jean-Luc Nancy, ogni gesto artistico cela la creazione di un mondo (o di più mondi potenzialmente distanti da quello reale), allora si potrebbe dire che le leggi di questi mondi, nella maggior parte dei casi, dipendano dalla materia della stessa opera d'arte o dal gesto artistico. Non è un caso se il nome della mostra organizzata dalla fondazione Romaeuropa in collaborazione con Macro, per la prima volta nel nuovo centro di produzione culturale La Pelanda, prenda il nome di Digital Life. Un'esposizione di vite o mondi possibili strutturati e organizzati secondo le leggi dei nuovi media, degli ultimissimi strumenti di comunicazione, di tecnologie analogiche e digitali.
Con sguardo lungimirante, Digital Life disegna i percorsi - visionari eppur realistici - di un futuro che fa già parte della vita odierna, descrive un presente perfettamente digitale immerso nelle reti di internet, negli inter-spazi creati dal cinema 3D e nel propagarsi continuo di luci e onde sonore. Questi percorsi sanciscono un passaggio radicale nella concezione dell'opera d'arte stessa. Spogliate di ogni natura concettuale, apparentemente prive di qualsiasi riflessione filosofica, le opere esposte in Digital Life sono destinate al pubblico, create ad hoc per esso. Si tratta dell'affermazione di una nuova natura estetica che affascina per la sua carica immaginifica, per la sontuosità delle linee create attraverso i mezzi tecnologici e per lo stupore da essi stessi suscitato.
Nella fruibilità immediata dell'opera d'arte, che non richiede più conoscenze pregresse, ritorna possibile la distinzione estetica tra il “bello” e il “brutto” - come avveniva per l'arte classica e moderna – ma attraverso i canoni percettivi di un oggi che ingurgita immaginari del domani attraverso teorie e film fantascientifici. L'opera d'arte è una finestra che si apre su un immaginario innestato nella mente dello spettatore proponendo nuovi livelli di lettura di una realtà fino ad ora solo fantasmata.

Erwin Redl, Matrix II
È il caso dell'opera Matrix II dell'australiano Erwin Redl che dispone, in uno degli spazi de La Pelanda, una serie di led luminosi creando una struttura ambientale attraversabile dal pubblico. Un reticolato costituito di puntini verdi che si rifà all'immaginario spaziale del film citato nel titolo. Proprio come il film, Redl concepisce la propria opera come una seconda pelle, un guscio per custodire il corpo dello spettatore, o una seconda realtà la cui comprensione è legata alla coscienza e alla conoscenza del pubblico.
L'alterazione della percezione spaziale è allo stesso tempo la costruzione di un nuovo habitat vivibile, percorribile e usufruibile dallo spettatore. Ma questi “luoghi in potenza” possono nascere solo dalla trasgressione dei quadri disciplinari in cui sono racchiuse le diverse arti. La poliedricità degli artisti ospitati da Digital Life non è casuale.
Cinema, musica, performance si ibridano nella costruzione di opere multisensoriali. Così le opere La dispersion du fils di Jean Michel Bruyère e Alluvium di Ulf Langheinrich, collocabili tanto nel cinema quanto nella videoarte, divengono vere e proprie architetture nel momento in cui necessitano dell'enorme struttura richiesta dal sistema Avie. Quest'ultimo è un sistema di proiezione e sonorizzazione a 360° sviluppato da Jeffrey Shaw che prevede uno schermo cilindrico argentato di 4 metri di altezza per 10 metri di diametro sul quale 12 proiettori ad altra definizione proiettano due immagini polarizzate. Il pubblico è invitato ad entrare dentro questa struttura indossando i classici occhiali per il cinema in tre dimensioni. Il video si risolve nella costruzione di un paesaggio virtualmente tangibile che scorre intorno allo spettatore. In Dispersion du fils Bruyère costruisce un tunnel accostando immagini provenienti da oltre 500 film mentre in Alluvium Langheinrich crea uno spazio fluido, costituito da particelle bianche e nere che fluttuano senza sosta e attraversato da sonorità elettroacustiche.

Ryuichi Sakamoto, LIFE-fluid invisible inaudible
La ricerca nel campo delle sonorità elettroniche e la loro conseguente visualizzazione sembra essere un'altra costante di Digital Life. Martux_M e Thomas Mcintosh si interrogano sulla tangibilità delle onde sonore cercando di traslare il senso uditivo in quello visivo. Se in X-Scape 08 il primo artista tenta di superare il dualismo tra materiale e immateriale traslando il suono in un reticolato sgranato di linee e colori, Mcintosh (con Emmanuel Madan e Mikko Hynnienen) in Ondulation lascia danzare una vasca d'acqua sfruttando l'effetto della rifrazione delle onde sonore. Le casse, indirizzate verso la superficie del liquido, scolpiscono l'acqua in molteplici forme e ondulazioni illuminate da tagli di luce che ne mettono in mostra la superficie. La luce, a sua volta, fa si che il movimento dell'acqua possa proiettarsi su uno schermo posto sopra la vasca formulando forme complesse e curvilinee, risultante polisensoriale dell'emissione sonora. Lo scopo di Mcintosh diviene dunque quello di incantare il pubblico attraverso la costruzione di queste immagini.
Ancora di incanto si parla per il ben noto e talentuoso Ryuichi Sakamoto che presenta a Digital Life, per la prima volta in Italia, la sua istallazione LIFE-fluid invisible inaudible. Insieme a Shiro Takatani, il sensei lascia sospese a mezz'aria, in uno spazio completamente buio, nove vasche quadrangolari di vetro trasparente. In questi acquari si alternano acqua e nebbie artificiali su cui l'artista proietta luci e spezzoni di film. La semplicità della struttura fa da pelle ad un’opera lirica e poetica in cui l’artista cerca di raccontare la dolcezza della vita. Le nove vasche sono nove micromondi composti di acqua e d'aria, di cieli in cui scorrono nuvole bianche perdute improvvisamente in una gelida tempesta tridimensionale. Le figure proiettate nel fumo e nell'acqua acquistano spessore, si muovono e prendono vita sotto gli occhi del pubblico che dal basso le osserva tentando di penetrarne il mistero.

Juliren Mairie, Exploding Camera
Altrettanto misteriose sono le immagini create da Julien Maire attraverso macchinari low-tech. Gli strumenti tecnologici dell'artista sono sviscerati e posizionati sotto gli occhi del pubblico in atmosfere retrò. In Exploding Camera una videocamera completamente distrutta e sistemata sventrata su un tavolo di legno, riproduce delle diapositive su un televisore attraverso il semplice utilizzo di luci. Squarciate dal rumore del laser utilizzato, le diapositive rappresentano momenti dell'11 Settembre e della guerra in Afghanistan, rilevando l'assurdo rapporto tra immagine e percezione della realtà.
In questo affiorare di immagini si inserisce, infine, l'opera di Christian Partos, M.O.M (multi oriented mirror), che analizza il tema della memoria. Pur costruita attraverso il semplice utilizzo di specchi, l'opera di Partos potrebbe essere il manifesto di Digital Life. L'artista riproduce il ricordo del volto della madre scomparsa attraverso la semplice inclinazione di frammenti di specchio che riflettono la luce diffusa in una stanza completamente vuota. Il volto della donna si presenta dinanzi agli occhi del pubblico per sparire immediatamente al cambiare del punto di vista dello spettatore. Così, l'immagine della donna amata da Partos, appare dal nulla, custodita unicamente dai raggi di luce che percorrono il mondo, dall'aire in cui informazione, media, satelliti, internet, cinema, musica, onde sonore si rincorrono senza sosta. Da quei mondi intangibili in cui stanno tutte le opere di Digital Life e in cui l'arte inizia a ridefinirsi.
|